background

Natura e 4C

strisciadia 

NATURA

Il diamante è un minerale composto essenzialmente da carbonio e la sua formula chimica è semplicemente C. Il carbonio, oltre al diamante, cristallizza in altre 2 forme polimorfe: grafite e lonsdaleite, entrambe con struttura esagonale.
La radice etimologica del nome “diamante” deriva dal termine greco “adamas” che vuol dire “indomabile”, con evidente riferimento alla sua durezza, che è la più elevata rispetto a tutti gli altri minerali esistenti in natura, tale da essere posizionata al massimo livello, termine 10, della scala di durezza di Mohs.
Il diamante, otticamente monorifrangente, cristallizza nel sistema cubico, ad elevatissime temperature e pressioni, a profondità di 150-200 km.

 

diamante6
   Cristallo Ottaedrico        
diamante7
Birifrangenza anomala

    

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                               

I giacimenti di diamante sono di 2 tipi: primari e secondari. I primi sono costituiti da estesi camini diamantiferi, localizzati nei crateri vulcanici, e, come da morfologia geologica, hanno forma di cono rovesciato, dove, la parte terminale del cono, più stretta, viene definita radice, sita a 2000-3000 metri dalla superficie; la parte intermedia, con estensione verticale da 1000 a 2000 metri, contiene le rocce diamantifere e viene denominata diatrema; la parte superficiale del camino è il cratere eruttivo di tipo vulcanico. La distribuzione dei giacimenti di diamante nel mondo non è casuale, infatti, secondo studi geologici approfonditi, è possibile reperire tale minerale solo in determinate zone della Terra denominate cratoni o scudi, la cui particolarità è la stabilità e la rigidità della crosta terrestre che ne consentono l’impossibile ripiegamento.
 Le rocce da cui si estrae il prezioso minerale vengono denominate kimberlite (dal nome del luogo dove furono rinvenuti per la prima volta i cristalli) e lamproite; pare che sia molto più vantaggioso, anche dal punto di vista economico, sfruttare il primo tipo di roccia in quanto molto più ricca di minerale.
 I giacimenti secondari sono di tipo alluvionale e eluviale; i primi generalmente fluviali o marini riguardano le zone di accumulo del minerale, che viene trasportato dalle acque; i secondi, invece, si formano a causa dell’erosione dei depositi primari, i cui materiali non hanno avuto modo di allontanarsi dagli stessi.
Spesso il diamante si rinviene in geminati, cosicché la lavorazione può presentare serie difficoltà nel taglio, che avviene mediante dischi rivestiti da polveri di diamante stesso.
Avendo, questo minerale, un reticolo cristallino molto compatto, non è per niente elastico e, conseguentemente, è piuttosto fragile, tale per cui  nell’incastonarlo bisogna prestare particolare attenzione.

 

diamante8

Anello

                                       
PREMESSA  

Per quanto riguarda l’analisi del diamante è bene precisare che chiunque abbia una buona vista e accumuli una certa esperienza pratica è in grado di determinare purezza e colore del diamante, in quanto dopo aver visionato molto vario materiale, previo un insegnamento all’approccio con l’analisi, è possibile definire mentalmente i parametri guida della purezza, e affinare, inoltre, l’occhio sulle, seppur lievi, differenze di colore. Per di più, soprattutto per chi ha già una mente portata alla matematica, in commercio viene apprezzato molto il dedicarsi allo studio delle proporzioni di taglio e di come da un tipo di materiale, lavorandolo, è possibile ricavarne un altro con un miglior riscontro economico. Di conseguenza è errato considerare come buon gemmologo professionista colui che è in grado di classificare solo tecnicamente il diamante. La gemmologia è ben altra scienza, che comprende la conoscenza approfondita, mineralogico-cristallografica-microscopica, almeno di tutti i minerali ad uso gemma, quindi la capacità di interpretarne le inclusioni, sia di quelli naturali, sia di quelli sintetici ecc.; e questo tipo di esperienza non si acquisisce in settimane o mesi, ma in anni e anni di studio di una materia in continua evoluzione.

 

LE 4C  

Con il simbolo internazionale “4C” si intende riassumere in un unico concetto le 4 caratteristiche, espresse in lingua inglese, che determinano la valutazione del diamante sul mercato.  Quindi affinché sia possibile determinare il prezzo di un diamante è necessario essere a conoscenza di ognuna delle “C”: Carat (Caratura, intesa come peso), Clarity (Purezza), Color (Colore) e Cut (Taglio).

 

Peso, anche definito “massa” (Carat)  

Il peso di un diamante viene misurato in carati. Il carato, il cui simbolo è “ct”, è la quinta parte del grammo e, a sua volta può essere suddiviso in grani (unità di misura ormai caduta in disuso), che rappresentano la quarta parte del carato.  Il carato viene suddiviso in centesimi che commercialmente vengono definiti “punti”. Quindi quando si considera, ad esempio, una pietra di 0.30 ct, è consuetudine definirla di 30 punti.  Il peso di un diamante veniva considerato fino al millesimo, in quanto si trattava di un ulteriore dato di riconoscimento del materiale, ma essendo il meccanismo delle bilance elettroniche, per mezzo delle quali viene effettuata tale misurazione, estremamente sensibile da bilancia a bilancia, è ormai accertato che la stessa pietra possa evidenziare differenza, da una pesata all’altra, di qualche millesimo, tale per cui la definizione al millesimo risulta irrilevante. Una pesata da considerarsi esatta è quindi quella eseguita al centesimo di carato, calcolando i millesimi in eccesso o difetto, utili ad arrotondare la cifra. Ad esempio se un diamante pesa 1.427 ct, il peso ultimo da considerare, definito al centesimo di carato, è di 1.43 ct, arrotondando per eccesso.  Nel caso non si disponga di una bilancia elettronica, è possibile calcolare per approssimazione il peso di un diamante taglio brillante rotondo, o anche di forma diversa, rilevandone le dimensioni. A tale scopo vengono utilizzate delle formule matematiche, come quella di “Leveridge” o quella di “Sharffenberg” (Vedi Il Libro delle Gemme).

 

Purezza (Clarity)

Per purezza si intende il grado di pulizia interna di un diamante, mediante la classificazione dell’entità di presenza di inclusioni nella pietra. Questa, definiamola misurazione, viene effettuata, in modo professionale, mediante l’utilizzo di un microscopio stereoscopico, preferibilmente con illuminazione a fibra ottica, osservando il diamante a 10 ingrandimenti. Ciò che determina l’impurità di un diamante consiste in un insieme di concause che interferiscono con il suo reticolo cristallino, manifestabili come inclusioni solide o liquide e/o distorsioni strutturali, anche dovute al processo di crescita del cristallo.  Allo scopo quindi di classificare i diamanti, da questo punto di vista, fu ideata una scala nei primi anni del 1900 negli Stati Uniti:  

   VVS, ovvero Very Very Slight Imperfect  

   VS, ovvero Very Slight Imperfect  

   SI, ovvero Slight Imperfect

   I, ovvero Imperfect

Il termine “imperfect”, però non risultò subito gradito a livello mondiale, in quanto come poteva la gemma più bella e rara del mondo avere delle imperfezioni? Così più avanti tale termine fu sostituito con quello di “inclusion” e la “I”, rimasta nella scala americana, in Europa è stata sostituita dalla “P” di Piqué. Vi fu anche un’ulteriore suddivisione degli altri termini, in 1° e 2° grado (VVS1, VVS2, VS1, VS2) fino addirittura al 3° grado (SI1, SI2, SI3, P1, P2, P3). Per quanto riguarda il termine di puro, inizialmente introdotto dagli americani con il simbolo di “FL” (Flawless) che voleva significare privo di segni interni ed esterni, questo risultò essere troppo duro per il mercato europeo, dal quale venne poi sostituito con quello più elastico di “IF” (Internally Flawless), internamente puro.   Allo scopo di semplificare, approssimativamente, la classificazione della purezza, esistono tabelle di riferimento che riportano il disegno del diamante visto sia dalla parte superiore (tavola e corona), sia dalla parte inferiore (padiglione) con raffigurati esempi di entità diverse di purezza, con la corrispondente sigla classificatrice.  E’ norma internazionale che i diamanti con caratura inferiore a 0.47 ct non vengano più suddivisi in 1, 2 o 3; per esempio, qualora un diamante che pesi 0.39 ct, all’occhio del gemmologo analista, risulti avere purezza pari a VVS2, tale grado di purezza verrà classificato con la sola sigla VVS.

 

diamante9

Inclusioni filamentose, distribuite sotto tavola e corona, che determinano una purezza pari a SI2.

                          

Colore (Color)

Come in tutte le gemme, anche nel diamante la manifestazione del colore avviene per trasmissione delle varie lunghezze d’onda dello spettro che non vengono assorbite.
Il diamante può presentare tutti i colori dello spettro, che nel caso specifico vengono definiti “colori fantasia” (fancy colors). La maggior parte delle pietre però è incolore con eventuali sfumature, generalmente tendenti al giallo, quindi appartenenti alla “serie gialla”, anche denominata “Serie del Capo”, in riferimento ai giacimenti di provenienza, siti nelle vicinanze di Città del Capo (Sudafirica), dei campioni più gialli e quindi di valore inferiore sul mercato.
All’inizio del 1900, a Parigi, venne  elaborata una prima scala di colore basata su 7 termini, i cui primi 6 riguardavano i campioni incolore di 1a, 2a e 3a acqua, mentre il settimo termine era riservato alle pietre di colore fantasia.
Successivamente la scala che ebbe una notevole diffusione a livello mondiale fu quella scandinava, conosciuta come “Old Terms”, ora meglio nota come “Traditional Terms”, composta da 7 termini, i cui nomi sono riferiti ai giacimenti o alle ex famiglie proprietarie dei terreni di estrazione del minerale.
Tali termini sono i seguenti:
   - River
   - Top Wesselton
   - Wesselton
   - Top Crystal
   - Crystal
   - Top Cape
   - Cape
dove il primo esprime il materiale più bianco e l’ultimo una serie ci campioni paglierini che si avvicinano sempre più al colore fantasia.
 Per i rinvenimenti delle miniere australiane di Argyle, ricchi di pietre giallo-bruno fantasia, le cui tonalità variano da gradazioni lievi a molto più intense, è stata creata un’apposita scala che prende in riferimento, come termini di paragone lo champagne e il cognac; anche in questo caso si tratta di 7 termini dei quali i primi 3 sono relativi a gradazione di colore dello champagne, mentre gli altri 4 sono riferiti alle gradazioni, fino a quelle più intense, del cognac. 

 

diamante10

Diamante taglio ottagonale a gradini di colore C7: Cognac fantasia

                                                                                                       

Attualmente la scala di colore utilizzata universalmente è quella del GIA (Gemological Institute of America), basata sulle lettere dell’alfabeto, a partire dalla “D”, miglior colore, fino alla “Z”, giallo paglierino intenso, oltre al quale si ha il colore fantasia.
 Per la determinazione del colore esistono scale di paragone (Master stones) formate da diamanti, le cui caratteristiche devono rispettare le seguenti regole:
   - Non avere fluorescenza;
   - Avere grado di purezza non inferiore a VS2;
   - Avere peso non inferiore a 0.50 ct, preferibilmente intorno al carato.
Esistono anche scale in zirconia cubica, appositamente selezionate
dal GIA, che fungono perfettamente allo scopo. Ovviamente in una Master stones non è possibile avere tutti i campioni dalla D alla Z (si tratterebbe di 23 pezzi); è sufficiente averne una dozzina: da D a M, con l’aggiunta del campione Z, per determinare il limite oltre al quale si cade nei colori fantasia.
 Generalmente i colori presenti nella scala sono “di testa”: ad esempio, se la pietra in esame è una via di mezzo fra il colore G e quello H della scala, è da classificare come G, in quanto, superando il colore H, si cade nel campo del G.
 Un altro strumento per la determinazione del colore è il colorimetro o fotometro, che però (almeno per quelli attuali) non è in grado di rilevare l’esatto colore del campione che presenta una consistente fluorescenza.

 

diamante11
    Diamante taglio brillante a cuore di colore D
diamante12
Diamante taglio princess di colore rosa a fantasia lieve

                                                                                                                                

 

Taglio (Cut)  

Attualmente il taglio della pietra “diamante” ha assunto quasi più importanza rispetto alle altre 3C. Il taglio e la forma più comune sono quelli a “brillante rotondo”, costituito da 56 faccette più la tavola e, talvolta, più l’apice del padiglione che, venendo lievemente sfaccettato, ha lo scopo di rinforzare la punta della pietra. Nella tabella sottostante è possibile osservare la nomenclatura e la disposizione delle faccette per quanto riguarda il suddetto taglio.

 

diamante13

 

Altri tagli meno commercializzati, ma non per questo di bellezza inferiore sono sempre “a brillante” ma con forme diverse, come ad esempio la goccia, la marquise, l’ovale e il cuore. Poi esistono i tagli completamente diversi dal brillante, fra i quali i più comuni sono il taglio “ottagonale a gradini”, una volta noto come “taglio smeraldo” e il taglio “princess”.  Per le pietre di contorno ( al di sotto di 0.20 ct) alcuni tagli di forma simile a quelli più grandi vengono diversamente definiti, come per esempio il brillante a marquise se piccolo diventa “navette”, il taglio rettangolare a gradini diventa “baguette”, quello quadrato “carré”, ecc..

 

diamante14

Trilogy di navette

                                                                                                     

Affinché il diamante tagliato a brillante possa manifestare al massimo le sue proprietà ottiche, il materiale va tagliato rispettando le regole di brillantezza esterna e da riflessione, nonché di brillantezza interna e da dispersione. Quindi per raggiungere tali risultati è opportuno che il tagliatore esegua l’operazione tenendo presente gli angoli di inclinazione della corona, rispetto alla tavola e del padiglione rispetto a tavola e corona; conseguentemente la superficie delle faccette deve essere accuratamente polita (“politura” vuol dire lisciatura, levigatura) per togliere ogni imperfezione che possa impedire una perfetta riflessione.

 

diamante15

Rifrazione interna e dispersione

                                                         

Il massimo effetto di dispersione e di riflessi colorati che è possibile ottenere nel taglio brillante viene detto “fuoco” e, tale situazione si raggiunge con una tavola più piccola rispetto all’estensione delle faccette della corona, nell’ambito, ovviamente, delle norme di taglio. Per quanto riguarda il taglio ideale e le proporzioni di taglio vedi SIMMETRIA.